Passi che già la parola implica la copertura. Cosa di per sè linusianamente confortante. Il tasso di angoscia sale se gli strati sopra sono, che so, di terriccio. O di cemento.
Rimando all'abbraccio o all'occultamento?
A giorni oscillo fra i due estremi.
Non sono arrivata ad una decisione: dopotutto l'inconcludenza cronica ha i suoi vantaggi esistenziali. Lascia il tempo per tracciare possibili percorsi alternativi.
Il mio, ad oggi, è soffermarmi sul risultato dello slancio protettivo (qualsiasi cosa significhi proteggere, e qualsiasi sia il modo in cui si agisca questa salvaguardia):
ovvero segnare un confine.
Un indiscutibile, imposto, intransigente limite... a far da ombrello sopra la mia famiglia.
IlCuoco, Iago ed io che mi prendo volentieri la briga di sostenere l'impugnatura ad u e di mantenere l'equilibrio.
E' l'unica fatica a cui sono disposta.
Non ho intenzione di sprecare altra energia nell'adeguarmi ad un modo (e ad un mondo che su quel modo si fonda, trova senso e stabilisce consenso) che percepisco come superficialmente violento. Di una violenza sdognanata fatta di eccesso di arroganza e di carenza di cultura.
Di competizione, di sfida, di ricerca di approvazione del gruppo di appartenenza, di paura del diverso, di incapacità di ascolto critico, di autoreferenzialità ottusa.
Ho smesso di avere paura di essere tempo fa.
Non sono così in pace con me stessa ed i miei errori da riuscire ad avere sguardi compassionevoli e accettazioni indiscriminate verso chiunque.
Ho un limite. E, da oggi, lo impongo.
La misura è la mia dignità. E la libertà di scegliere come proteggerla, appunto.
Cominciando dal linguaggio quotidiano, dai gesti di cura, dall'attenzione speciale per chi ho scelto e mi ha scelta. Gli altri? O si adeguando o stanno fuori. Per il benessere, se non reciproco, certo mio. Ed è sufficiente.
Voglio smettere di avere paura di dire la mia, senza sconti, senza remore, senza la svilente sensazione che non verrò capita (quando più spesso è semplice non ascolto più che mancanza di comprensione... manca proprio lo sforzo del dar peso a ciò che si dice, quasi che parlare fosse un'azione vuota, che i discorsi in cui non si scambia nulla di profondo o quantomeno di partecipato -quelli che sono all'ordine del giorno: il pettegolezzo, la catasta di stereotipi, il chetempofa- fossero la normalità).
E' difficile proteggersi e proteggere.
E' forse, in parte, anche presuntuoso.
Ma la porta è fatta per essere aperta. E la si apre da chiusa.
Se no tanto vale averla.
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